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mercoledì 1 maggio 2013

Mostra Primo Maggio


I contadini hanno la faccia che pare una terra, vangata e ordinata in solchi profondi e scuriti dal sole.

Disegnano strade segrete sui campi, spargendo manciate di semi come fossero cibo che nutre le zolle.

Guidati da lune che si fanno nuove ogni volta nel buio del cielo, recidono i rami assopiti, che sanno essere inutili, come fossero vaghi pensieri.

Le mani, oneste, odorose di terra, hanno nodi da albero, tagli e incisioni per dure carezze avute dal vento, dai sassi, dal travaglio che soffre la terra prima di essere pane.
Le dita gentili afferrano e spremono vita dal petto rigonfio e il latte che schizza nel secchio somiglia al respiro calmo e ritmato del grande animale, che docile aspetta il sollievo dal peso di un dono prezioso e la stalla è percorsa da una gratitudine reciproca e muta.
Il fuoco convince il metallo a farsi forgiare e le mani del fabbro, che gli danno forma, somigliano a quelle che parleranno alla terra , domani, aiutate dallo stesso ferro.
Ogni sapere passando per le mani dell'uomo diventa mestiere, un linguaggio parlato in silenzio con gesti precisi che le mani compiono seguendo un disegno invisibile, uguale eppure ogni volta diverso. Sono sempre le mani le prime a imparare e il lavoro è un maestro severo, ma imparato il mestiere l'uomo scopre di avere, insieme ai tagli profondi, una dolcezza capace di estrarre un dono prezioso dalla morsa della fatica. Così instaura un dialogo muto con la terra su cui cammina ed essa risponde con il dono di sé, in ogni cosa che vive. 
Attraverso i mestieri più antichi l’uomo ha mantenuto un legame con la terra e con gli elementi che hanno prestato la loro forza; un legame purtroppo assottigliato dai tempi, memoria conservata da pochi e proprio per questo preziosa, da trasmettere con forza perché non si perda. È l'eredità più grande che l'uomo possa trasferire nel proprio futuro, perché rappresenta la forza dell'uomo stesso e la sua umiltà, la sua capacità di trasformare la terra in pane, di ricavare un fregio o un attrezzo dalla vena metallifera di una montagna o un suono sublime e purissimo dalla maestosa bellezza di un albero.



















venerdì 26 aprile 2013

La luna nel pozzo



La luna nel pozzo

-Teresa, guarda...c'è ancora il secchio sul bordo del pozzo! - Teresa si avvicina e l'emozione si fa ancora più forte di quella che ha provato arrivando con l'auto in quel cortile - Andiamo - aveva detto Silvano con un sorriso, due giorni prima - ti porto a vedere la casa dove sei stata sfollata durante la guerra - Teresa era rimasta a fissarlo interdetta, la bocca socchiusa, indecisa se ridere o piangere – Ma, come hai fatto a trovarla? È ancora in piedi?- poi, con un tono da bambina impaziente, aveva aggiunto – Dai, quando mi ci porti?- Silvano l'aveva abbracciata senza smettere di sorridere, poi aveva accennato un passo di valzer cantando sottovoce " Parlami d'amore Mariù " e l'aveva baciata, come se fossero ancora due ragazzi. Ora Teresa è lì, davanti alla casa, ma non riesce a muoversi per l'emozione. Silvano si dirige deciso alla vecchia costruzione di pietra, entra ed esce curioso, oltrepassando le porte divelte del piano terra, esplorando tutto intorno, instancabile. Lei lo guarda e si commuove nel vederlo così, intento ad aiutarla a ricordare; si commuove e lo ama più che mai, perché Silvano sa cosa nasconde quella casa, nei ricordi di Teresa che, prima piano e poi impetuosi, riaffiorano... 


- Parlami d'amore Mariuuu...tutta la mia vita sei tuuu...Basta adesso col grammofono, dai Teresa, spegni che è ora di dormire! - La voce della mamma arriva fino al piano di sopra, attraverso il soppalco di grosse tavole piene di fessure da cui entra la luce della sala da pranzo. Sono arrivate da una settimana, dalla città, Teresa, sua sorella Dina e mamma. - Il posto è tranquillo - ha detto la signora che le ha accompagnate in macchina - è gente di cuore e molto pulita - La mamma l'ha ringraziata con calore per questa ulteriore precisazione: è fin troppo consapevole di cosa porti con sé una guerra, specialmente in città. Il giorno della partenza il grammofono è stato la prima cosa che Teresa ha messo in macchina, sul sedile posteriore. - Guarda che lo terrai per tutto il viaggio sulle ginocchia!- ha detto la mamma con aria dolcemente severa - l'automobile ha il portabagagli già carico e il bagagliaio non è molto capiente! - Per tutta risposta Teresa ha preso il grammofono fra le braccia, come fosse un cucciolo, ed ha annuito sorridendo, tenendolo stretto al petto. Nei giorni successivi i pochi dischi che Teresa ha portato da casa non smettono mai di girare sotto la pesante puntina, girano e riempiono le stanze di musica fino a notte, finché la mamma da sotto non impone alle figlie di spegnerlo, minacciando di farne sparire la manovella. - Ci vorrebbero dei dischi nuovi - sussurra Dina, distesa nella penombra della soffitta; il materasso di foglie di castagno sotto di lei scricchiola ad ogni movimento - Sì, ci vorrebbero davvero, ma come si può fare? I collegamenti con la città non sono più possibili, ci sono posti di blocco ovunque... - Un colpo di tosse della mamma convince le ragazzine a fare silenzio. Dalla piccola finestra della stanza si vede la luna. Sarebbe bello poter uscire di notte, pensa Teresa, uscire e guardare la luna riflessa nel pozzo davanti alla casa. Sospira profondamente - Buonanotte... - bisbiglia, sistemandosi su un fianco: il fruscio del materasso copre la risposta di sua sorella, già quasi del tutto addormentata. 
I rumori che provengono da sotto sono forti e nitidi, Teresa non è del tutto sveglia eppure può distinguerli: sono voci concitate, porte che sbattono, una sedia che cade a terra. Più incuriosita che spaventata accosta il viso al pavimento, complice il materasso che vi è poggiato sopra, e guarda attraverso il foro lasciato dal nodo del legno; sotto di lei sta accadendo qualcosa di inaspettato e grave: un uomo è disteso sul tavolo della sala da pranzo. Dalla sua posizione Teresa può vedere perfettamente i tratti gentili del viso e la smorfia di dolore che li contrae. L'uomo ha una spalla ferita e il sangue ne è uscito così copioso da intridere la camicia fino a renderne irriconoscibile il colore. Teresa trema di paura e non riesce a muovere un solo muscolo. Non riesce neppure a girare la testa per vedere se Dina è ancora addormentata. La moglie del mezzadro arriva dalla stanza vicina con un bacile pieno d'acqua e diversi asciugamani, seguita dalla mamma che è vestita, ma ha i capelli spettinati e cerca inutilmente di scostarli dal viso con un movimento della testa. Dina apre gli occhi e, vedendo Teresa immobile con la fronte quasi appiccicata al pavimento, scoppia a ridere, così la mamma si accorge che sono sveglie. Teresa vorrebbe scendere, è grande lei, ha già dodici anni, non come Dina che ne ha solo nove e ride quando non dovrebbe, ma la mamma è irremovibile:- Tornate a dormire! - dice con tono deciso. Il ferito viene medicato alla meglio, quindi cercano di convincerlo a mettersi a letto nella stanza accanto, ma non sente ragioni e rimane disteso sul tavolo, il viso rivolto verso l'alto, verso Teresa che lo guarda di nascosto, meravigliata come se, affacciata al bordo del pozzo, vedesse finalmente la luna, attinta con il secchio insieme all'acqua. Poco dopo la casa torna silenziosa, il lume al piano di sotto manda bagliori rossastri sulle pareti della stanza e sull'uomo disteso, che si muove inquieto. Teresa lo osserva attentamente: è molto giovane e i capelli lisci e scuri sono pettinati all'indietro, lasciando scoperta la fronte spaziosa. Ha mani non troppo grandi e dita lunghe e sottili. Nei momenti concitati del suo arrivo, Teresa lo ha sentito dire di essere uno scrittore e in effetti dallo zaino nero appoggiato sulla panca spunta una macchina da scrivere. Lo ha anche sentito nominare il Partito Comunista e Togliatti, mentre la moglie del mezzadro, col rosario fra le mani, lo supplicava di tacere, che se lo scoprivano li fucilavano tutti. Teresa non si muove da un bel po'; non sa dire da quanto tempo stia ferma in quella posizione: le gambe sono insensibili ormai e il collo è indolenzito fino al dolore. Sta pensando di rialzarsi e stendersi sul materasso quando una voce la fa sobbalzare:- Ma non sei stanca di stare lì a guardarmi?- Teresa è paralizzata per l'emozione. È stata scoperta e vorrebbe scappare, ma gli occhi scuri del giovane la fissano così intensamente da impedirle quasi di respirare. - Io sono Dario - prosegue - tu chi sei? - Teresa pronuncia il suo nome con una voce che non le sembra la sua - È un bellissimo nome - risponde Dario sorridendo. - Ti fa male la spalla? - chiede Teresa, guardando con aria preoccupata sua sorella e sperando con tutto il cuore che non si svegli. - Un po', ma domani andrà meglio e potrò ripartire - 

- Dove vai? 
- A Roma
- Ma è lontana da qui! 
- Sì 
- E come ci vai? Non abbiamo automobili 
- Avete una bici, però. L'ho vista arrivando. Volevo rubarla, ma avevo perso troppo sangue e sono caduto mentre cercavo di salirci su. 
- E la ruberai domani? 
Dario sorride - Sì, domani. Adesso che ne dici di dormire un po'? 
- Va bene, buonanotte
- Buonanotte Teresa.


Teresa è appoggiata al bordo del pozzo, ha le spalle rivolte verso la casa e guarda la strada: era polverosa e bianca quel mattino, quando era corsa fino al recinto di filo spinato per veder partire Dario. Alle prime luci dell'alba si era svegliata ed era scesa al piano di sotto, quasi scivolando giù per la ripida scala di legno. Temeva che Dario fosse partito senza che lei avesse potuto salutarlo un' ultima volta, ma quando era arrivata in sala da pranzo lui era ancora lì, seduto accanto al tavolo su cui aveva dormito o forse solo aspettato che facesse giorno. Era stato un attimo, Teresa lo ricorda come fosse adesso: lui che solleva la testa e la guarda con curiosità, poi sorride e il suo viso diventa se possibile ancora più bello - Ciao...Teresa? - Lei arrossisce così tanto che la mamma la guarda quasi preoccupata, mentre entra in casa portando qualcosa per il viaggio. Da quel momento tutto nella memoria di Teresa precipita nel vortice di una giostra: saluti, incoraggiamenti, la bicicletta pronta fuori nel cortile e Dario che vi sale, con lo zaino a tracolla e mentre ringrazia continua a ripetere - Se arrivo a Roma vi farò riportare la bici, così saprete che sono arrivato vivo! - Poi parte e mentre si allontana si volta e le fa un saluto con la mano, un saluto che assomiglia a un bacio, tanto fa battere il cuore di Teresa, mentre la polvere sollevata dalle ruote lo accompagna oltre la curva che fa la strada. 
Eccola la curva, è di nuovo davanti a lei, laggiù dove il nastro di asfalto che adesso la ricopre si perde nel verde dei boschi circostanti. Una lacrima scende veloce lungo il viso fino alle labbra e Teresa sente lo stesso sapore di quando aveva dodici anni, mentre guardava il suo primo amore sparire oltre il confine misterioso di una curva, il limite fra la vita e la morte. 

Un brivido improvviso la scuote e d'un tratto quella casa le appare quale è: abbandonata, cadente, dimenticata. Si stacca dal bordo del pozzo e solo allora si accorge di Silvano, che la osserva con la consueta dolcezza e la tenerezza con cui si guarda una bambina. È fermo in mezzo al cortile, a pochi passi dalla casa e con la mano destra tiene in piedi una vecchia bicicletta corrosa dal tempo e Teresa deve avvicinarsi del tutto per capire che è proprio quella. Un pensiero rapido come un fulmine l'attraversa e le fa quasi scoppiare il cuore: la bicicletta...Dario...vivo....ma è un attimo soltanto, il tempo necessario perché il tassello di un puzzle vada al suo posto; poi il cuore diventa leggero e il battito lieve e silenzioso. - Questa ce la portiamo a casa, se vuoi - dice Silvano cingendole le spalle con un braccio - No - risponde Teresa sorridendo - Lasciamola qui. È proprio qui che doveva ritornare. 






Ringrazio la scrittrice, perché tale è, che mi ha scritto e regalato questo bellissimo racconto, semplicemente ispirato da alcune mie foto e che in più di un'occasione ha completato a parole quello che volevo raccontare per immagini.
Avere "a disposizione" chi traduce fotografie e le completa è un privilegio raro!

giovedì 25 aprile 2013

Esposizione Fotografica - Primo Maggio - Varzi


Ho preparato una piccola esposizione fotografando le persone delle mie valli che ancora praticano i "mestieri di un tempo".
Una caccia fotografica spesso non semplice: se è stato facile a volte fotografare e convincere a farsi fotografare alcune persone durante lavori comuni come la potatura e la cura delle vigne, è stato difficile trovare qualcuno che lavorasse e si prendesse cura delle mucche, proprio come un tempo, nelle stalle. Non stalle enormi con la mungitura automatizzata, ma piccole realtà famigliari, tipiche dell'appennino, dove il tempo è scandito dai ritmo degli animali e della natura.
Forse qualitativamente le immagini non sono eccezionali, ma averle scattate e avere documentato scene di vita in "via d'estinzione" ha dato un senso diverso alle mie scorribande tra Val Trebbia, Valle Staffora e Val Tidone e alla mia passione per la fotografia.

Vi aspetto Mercoledi primo Maggio a Varzi! 






sabato 23 febbraio 2013

un po' di neve





sabato 19 gennaio 2013

Vengo qui per ricordare. Entro in casa e sono piccolo di nuovo e non arrivo al tavolo. Mi piaceva guardare le mani che correvano gentili a giocare con la farina e il profumo che sentivo mi riempie il naso anche adesso. Correvo in casa solo quando avevo fame, una fame allegra, piena, prepotente, che non ho mai più avuto. Correvo e tu dicevi :- Vai piano! - ma ridevi con me e le tue braccia erano di pane. Non arrivavo al tavolo e neppure al davanzale...passarono anni prima di poter vedere le pozze d'acqua sull'aia del cortile e le anatre, che benedicevano la pioggia d'estate tuffandosi in quel fango scuro. Adesso potrei vedere, senza neppure alzarmi in punta di piedi, senza salire sulla sedia, ma entro qui e mi siedo, per rivedere quel mondo gigante, quel mondo lontano...e te.

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Foto scattata a Rovaiolo Vecchio.

Testo non mio

domenica 30 dicembre 2012

Un pomeriggio sul Chiappo, con tramonto sul Mare.


Fine Dicembre 2012, dopo diverse giornate caratterizzate della nebbia in pianura, ottime comunque per le foto dai monti, a sorpresa si "apre" una giornata incredibile, come temperatura quasi fuori stagione.
E' cosi che con Daniele Marioli decidiamo di partire per l'alta valle Staffora. 


Monte Lesima, Alfeo e Vesimo (Verso la Val Boreca)
Dopo qualche dubbio sull'affrontare o meno la camminata che porta verso la vetta del Chiappo, partiamo. Bastano pochi metri e lo spettacolo è di quelli che ripagherebbe anche ore e ore di camminata (ce la caviamo con 15 minuti per stavolta).
Ma la fortuna non è stata solo quella di trovare un paesaggio stupendo. Uno scorcio di mar Ligure si colora del rosso del tramonto, lasciando intravedere qualche nave e addirittura la Gallinara!

Silenzio, luce, paesaggio e senso di "protezione" che solo questi monti sanno dare sono il regalo di questa giornata. Viene da pensare a che cosa ci si faccia tutti "la sotto", tutti chiusi negli stessi posti, tutti in fila. Purtroppo non si può aprire la finestra ogni mattina e guardare queste valli mentre si fa colazione, ma ogni tanto fa bene salire quassù. 


 (L'ultima foto del post mi è stata scattata da Daniele Marioli)








La Gallinara

La Gallinara visibile nel mare

Io (Grazie a Daniele per la bella foto)

venerdì 30 novembre 2012

Il Fabbro



Rino è in pensione, ma non ha voglia di passare le giornate al bar a giocare a carte. La sua passione è il ferro.

Un amico gli permette di lavorare in una vecchissima officina. Non degli anni '50 o giù di li, ma vecchia per davvero, al suo interno c'è ancora un maglio dell'800 che veniva messo in funzione con la forza dell'acqua dello Staffora.
L'ambiente sembra il set di un film, ma è tutto vero. 
Appena arrivo accende il fuoco, e una piccola ventola che soffia appena sotto la legna in un attimo porta le fiamme ad una temperatura in grado di rendere incandescente il ferro.
La luce calda del fuoco rende l'ambiente ancora più bello.
Nemmeno il tempo di cercare le impostazioni giuste per la mia fotocamera (che da il peggio di se in quelle condizioni di luce), e il ferro è già sull'incudine, piegato sotto i colpi del martello.
Non sono colpi casuali, mai troppo forti, mai nel punto sbagliato.
Sarà un lavoro duro, ma si ha l'impressione di guardare un artista. Si lavora solo con la potenza del fuoco, dei muscoli e di un martello.
Ma il risultato, come ci tiene a farmi vedere, e di grande finezza e armonia.

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